
martedì 13 gennaio 2009
AVVISO

venerdì 9 gennaio 2009
bonaventura
del signor Bonaventura
che facendo la benzina
dalla pompa più vicina
con sua grande meraviglia
non riempie una bottiglia:
con cinque euro da pagare
non sa proprio come fare.
Lo stipendio deve usare
Solamente per viaggiare!
nella mente gli balena
di spezzare la catena,
e sul bus fare il tragitto,
gongolando. "sono un dritto".
Con biglietto o abbonamento
pagherà lo spostamento;
è sicuro il risparmiare
non c'è nulla da obiettare:
"Non inquino e non intaso",
del vantaggio s'é persuaso.
non più noia nel parcheggio,
litigare sempre peggio
per trovare un posticino
che all'ufficio sia vicino.
Ma dall'auto le persone,
certo quelle più cafone,
non rispettano i segnali,
e le strisce pedonali,
con le mani fanno gesti
ed intasano, molesti,
strisce gialle di corsie
marciapiedi,viali e vie.
guarda la televisione
e capisce le persone
che si fanno fuorviare
dalle cose da comprare
perchè sono straveloci
ma lo sanno che agli incroci
prima o poi devi frenare?
o bisogna sempre andare
sulle strade in riva al mare?
sulle strade di campagna
sulle strade di montagna
dove non c'è mai nessuno?
solamente su raiuno!
Guarda la televisione
E non trova la ragione
perché han fatto quella guerra
Nella parte della terra
di petrolio così piena.
far provare tanta pena
alle madri dei soldati,
ai paesi bombardati,
ai bambini senza casa
della terra appena invasa
da invasati che, bugiardi,
hanno speso dei miliardi
accusando una nazione
di covare un'aggressione
ai paesi occidentali
con delle armi micidiali.
Questa era una bugia,
tutti quanti tuttavia
han creduto fosse vera
dal giornale della sera.
spegne la televisione
e detesta l'aggressione.
poi comincia a ragionare:
per fermarla come fare?
iniziare dal rispetto
del vicino dirimpetto!
lo saluta e invita a cena
e ha creato una catena
di sorrisi e nuova gente:
soluzione divertente.
come premio avrà un milione
di amicizie di persone.
mercoledì 26 novembre 2008
Basta
martedì 23 settembre 2008
giovedì 4 settembre 2008
Presentazioni
Stamattina ho ripercorso il blog a ritroso fino al primo post in cui mi chiedevo dove fossero tutti quanti. A distanza di otto mesi siamo un bel gruppo e questo mi fa un enorme piacere.
Questo post, oltre che a tirare le somme dei primi otto mesi di vita del blog serve a presentare un nuovo collaboratore che sono molto onorato di avere tra noi. Il suo nome è Francesco Marocco.
Francesco è un ottimo scrittore autore, tra le altre cose, di una raccolta di racconti edito per i tipi de "La Meridiana" intitolato "L'estate in cui il bari comprò Joao Paolo" (scheda unilibro). Chi tra noi ha militato in "SenzaEditore" ricorderà che la scrittura di Francesco è fresca, efficace e i suoi contenuti sempre sorprendenti.
Perciò non posso che essere contento che abbia accettato il nostro invito.
giovedì 14 agosto 2008
La pancia
mi guardavo intorno, un gatto sembrava impazzito, la mia lei annoiata, tutti in procinto di sbattere la testa al muro, quando i miei occhi sono finiti sulla pancia di Giuseppe, pancia appena nata e già piena...e così emozionato ho scritto
LA PANCIA
Si parla e si parla e così bastardi
i miei occhi si adagiano sulla sua pancia-
lei conserva e mantiene intatte
le abitudini di noi mosche sul giorno
io da buon anoressico
vomito
Nico
lunedì 14 luglio 2008
sul ritmo e il rumore
Eccovi una cosa su cui sto riflettendo nello stile della scrittura.
Regge ancora con gli sviluppi di altri mezzi, è un discorso ancora da affrontare?
Italo Calvino, affronta il tema della “rapidità” nella seconda delle Lezioni americane - Sei proposte per il prossimo millennio (Garzanti, 1988):
La corsa del desiderio verso un oggetto che non esiste, un’assenza, una mancanza, simboleggiata dal cerchio vuoto dell’anello, è data più dal ritmo del racconto che dai fatti narrati.
Per Calvino, in un racconto, la corsa altalenante del desiderio crea nessi verso un oggetto, incantato, fatato, sempre magico ed è data più dal ritmo della narrazione che dall’oggetto in sé.
La rapidità della successione dei fatti narrati dà un senso di ineluttabilità e forma attorno all’oggetto magico (che è il motore della vicenda secondo Propp) un campo di forze che è il campo del racconto.
Italo Calvino cita il Leopardi dello Zibaldone :
La rapidità e la concisione dello stile piace perché presenta all’anima una folla d’idee simultanee, così rapidamente succedentisi, che paiono simultanee, e fanno ondeggiar l’anima in una tale abbondanza di pensieri, o d’immagini o sensazioni spirituali, ch’ella o non è capace di abbracciarle tutte, e pienamente ciascuna, o non ha tempo di restare in ozio, e priva di sensazioni. La forza dello stile poetico, che in gran parte è tutt’uno con la rapidità, non è piacevole per altro che per questi effetti, e non consiste in altro. L’eccitamento d’idee simultanee può derivare e da ciascuna parola isolata, o propria o metaforica, e dalla loro collocazione e dal giro della frase, e dalla soppressione stessa di altre parole o frasi ecc. (3 nov. 1821; in Italo Calvino Lezioni americane).
L’esperienza di Leopardi sulla velocità fisica, di sensazioni sublimi, precede la riflessione sulla velocità di scrittura e di stile:
La velocità, per esempio, de’cavalli o veduta o sperimentata, cioè quando essi vi trasporta […] è piacevolissima per sé sola, cioè per la vivacità, l’energia, la forza, la vita di tal sensazione. Essa desta realmente una quasi idea dell’infinito, sublima l’anima, la fortifica. (27 ott. 1821; in Italo Calvino Lezioni americane).
Il tema è quello del rapporto tra velocità fisica e velocità mentale. Il cavallo come emblema della velocità, anche mentale, marca tutta la storia della letteratura, preannunciando la problematica del nostro orizzonte tecnologico. La novella stessa è un cavallo: un mezzo di trasporto con una sua andatura variabile secondo il percorso che deve compiere, ma la velocità cui si riferiscono Leopardi e Calvino è una velocità mentale.
Calvino ricorda come anche in Galileo Galilei il cavallo è spesso metaforicamente inteso come immagine di movimento, come forma della complessità e bellezza della natura e che scatena l’immaginazione nell’identificazione del ragionamento con la corsa: il discorrere è come il correre. Quest’affermazione è il piano stilistico di Galileo, sia metodo di pensiero che di scrittura: la rapidità, l’agilità del ragionamento, l’economia degli argomenti, ma anche la fantasia degli esempi, sono per Galileo qualità decisive del pensar bene. Nei vari accostamenti di venti piccoli caratteri, cioè nella combinatoria alfabetica, Galileo vedeva non solo lo strumento insuperabile della comunicazione tra persone lontane nello spazio e nel tempo, ma anche della comunicazione immediata che la scrittura stabilisce tra ogni cosa esistente o possibile (mi ricorda Leibniz).
Come per Leopardi anche per Calvino la velocità mentale vale per sé, per il piacere che provoca a chi è sensibile a questo piacere, non per l’utilità pratica che se ne può ricavare. Nel secolo in cui tutto è misurabile, compresa la velocità del progresso, la velocità mentale non può essere misurata. La letteratura ha elaborato varie tecniche proprio per ritardare la corsa del tempo (iterazione, digressione), ma
La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte (Italo Calvino - Lezioni Americane)
sabato 12 luglio 2008
Il Castello Bianco...
Volevo darvi un suggerimento per una lettura assieme ed una relativa discussione sulle tecniche di narrazione.
Leggete il "Castello Bianco" di Orhan Pamuk.
Ditemi che ne pensate...
domenica 29 giugno 2008
Il pranzo era apparecchiato per quattro
“Ti amo.
Ti amo davvero.
Ti amo da sempre. Infinitamente.
Non ricordo di aver mai nutrito un sentimento così profondo nei confronti di qualcuno.
E’ la cosa più bella che io riesca ad immaginare.
Il tuo volto è la scenografia del mio tempo, i miei giorni un presupposto per incontrarti ancora.
Il caso ci ha sorriso e per breve tempo ci ha anche voluti vicini.
Un ristorante d’estate, pranzare allo stesso tavolo. Io, te e poi non ricordo, forse due sedie vuote.
Più probabilmente due volti sconosciuti. Come i nostri.
Poi sguardi sfuggenti che s’incrociano.
Ti ho desiderata immediatamente e non ho smesso di farlo nemmeno per un istante.
Rivederti è l’unico desiderio che mi accompagna e cresce di giorno in giorno. Rivederti.
Ancora una volta, una sola.
La tua assenza mi sta distruggendo.
Non importa. Adesso scriverti è quel che devo.
Affidare il ricordo ad una parola appesa sul foglio di carta sciatta è tutto quello che mi resta. Un’immagine.
Destinata, forse, a smarrirsi insieme a tanti altri ricordi di cui non ho alcuna memoria.
Sospesa su..” ehm, quella cosa là dannazione che cos’era? Ah, si: una zoca!
STOOOP!
- No, no. No. Non ci siamo. Accidenti a te, ma che diavolo ti salta in mente hai già dimenticato le battute?
Non voglio esprimermi sull’interpretazione poi.. sei proprio scarso amico, la zoca usala per impiccarti!
- Mah, adesso non esageriamo è solo una prova infondo. Forse non era una zoca..
- Era un filo, non c’è nessuna zoca sul copione.
Di questo passo non farai molta strada.
L’attore è attore anche quando non c’è un pubblico che lo guarda.
L’attore non prova niente, vive.
- Ma io..
- Molto presto, prima di quanto credi, qualcuno verrà a conoscenza di questa storia..
Non so chi, potrebbe trattarsi di un perfetto idiota oppure una persona che merita il nostro rispetto.
Devi essere professionale.
Non senti il suo sguardo che ti accarezza sulla pelle come la mano discreta di chi è presente anche quando non c’è?
Se vuoi essere un attore devi interpretare ogni singolo istante, finché l’interpretazione non sarà la tua stessa vita!
- Chi è la tizia della lettera?
- La persona a cui scrivi non esiste, non è mai esistita. E’ frutto della tua immaginazione.
E’ la donna che cerchi ma non riesci a trovare.
Ad un passo dalla disperazione puoi solo scriverne per continuare a sperare che un giorno questo desiderio assomigli a qualcuno.
- Stiamo perdendo tempo, non riesco a concentrarmi. Come faccio se non c’è nessuno che mi osserva?
- C’è qualcuno che ci sta osservando..
- Ma non è reale!
- Fidati, è più reale di quanto pensi, più di me e te senza dubbio!
- Uffa che seccatura queste regole! Non potremmo cambiare qualcosina?
- Amore santo, non te la devi prendere con me. La vita è un gioco ed ogni gioco ha le sue regole. Oggi tu sei attore ed io regista.
Ti senti defraudato nell’anima perché non vuoi obbedire alle regole che io ti sto imponendo.
Ma ignori che io stesso sono soggetto a regole che non ho stabilito e ti dirò di più: a me non piacciono affatto!
Ma se tali regole non ci fossero, adesso non ci saremmo neanche noi due.
Hai afferrato il concetto, o no?
- Credo di aver capito.
Sono scosso, ho bisogno di una pausa. Riprendiamo fra dieci minuti?
- Impossibile. L’arte non riposa.
Sursum corda! Torna al tuo posto, si rifà dall’inizio.
venerdì 20 giugno 2008
Era Novembre quando cominciò
Era Novembre quando cominciò.
La vita in questo stanco mondo andava avanti come al solito, la gente si spintonava, si aggrediva, si umiliava per arrivare. Dove, ancora nessuno lo sapeva. O nessuno se ne curava.
D’un tratto, proprio quando erano tutti presi a maledire l’arrivo del freddo e delle piogge autunnali, qualcuno lo notò.
Si fermarono tutti, le orecchie tese, lo sguardo inquieto che balenava da un viso all’altro. Nessuno sapeva dire da quanto tempo ci fosse, come nessuno poteva dire di averlo sentito cominciare. A poco a poco tutti iniziarono a passarsi la voce. Da un angolo della terra all’altro, la gente si telefonava. In meno di una giornata i notiziari cominciarono a spargere le loro sciocche ipotesi, e fu il panico.
Ovunque nel globo, non c’era via di scampo. Le montagne risuonavano sorde come megalitiche corde di basso. Gli abissi ribollivano scossi da onde a bassa frequenza. Uccelli, bestiame, cani e gatti cominciarono a impazzire. A volte si lasciavano morire di fame, altre attaccavano le persone e i loro simili senza motivo.
L’Uomo non si comportò meglio, come al solito.
Da ogni parte le sette millenariste sembravano uscire dai loro nascondigli animate da una nuova folle spavalderia. Gli occhi lucidi come quelli delle vacche al macello, cominciarono a salmodiare i loro messaggi odiosi e terrificanti. Dovunque si tendessero le orecchie, la frase era sempre la stessa.
L’Ira di Dio, o chi per lui, si stava per abbattere sul mondo, piccola scoria meschina del creato.
La consapevolezza di essere alla fine condusse gli uomini alla pazzia. Mentre scienziati e fisici tentavano dalle platee televisive di accampare scuse pseudoscientifiche e consolatorie. Una risonanza dei campi elettromagnetici dei corpi celesti, una fascia di onde sonore impazzite, un’eco del Big Bang rimbalzata nel Vuoto muto dell’universo, alla ricerca di uno sfogo, di una falla nella legge della dinamica del suono.
Ma nessuno diede loro ascolto.
Passò poco tempo, e le radio e i televisori cominciarono a non funzionare. Dopo una settimana il suono era così potente e continuo che ogni vetro sulla terra esplose in schegge minuscole.
I governi collassarono, le società implosero.
Nulla ebbe più senso, l’isteria prese il posto del senso civico.
Un’orgia di sangue globale diede il benvenuto al nuovo padrone del mondo: Caos.
La popolazione mondiale fu falcidiata dai suoi stessi componenti, piccole pazze creature sanguinarie incapaci di reprimere i loro più osceni istinti.
Se mai fossero esistiti gli Dei degli uomini, in quei giorni distolsero lo sguardo inorriditi.
Al trascorrere del primo mese, i timpani degli esseri umani cominciarono a saltare. Ogni singolo uomo o donna lacerò l’aria con le sue grida di agonia mentre il sangue ruscellava dalle orecchie.
Nel giro di un’altra settimana, tutti i sopravvissuti furono sordi.
Presero a vagare tra le macerie del mondo, un mondo che fino a poche settimane prima era stendardo della loro grandezza, vessillo di una civiltà talmente avanzata da essersi quasi doppiata. La paranoia prese il posto dell’aggressività, nessuno si fidava più di niente e di nessuno. Ogni ombra poteva essere un altro assassino, qualsiasi rumore ormai, dal più potente frastuono al sottile fruscio di un felino, non si distingueva dal silenzio. Chiunque poteva strisciare alle spalle e piantare una lama lurida tra le scapole di un suo fratello.
Annebbiati dalla paura non riconobbero più tra loro gli amici, i fratelli, i compagni, ma solo i predatori.
Lentamente, come pecore sorde, i deboli furono immolati sull’immenso altare della pazzia e della disperazione.
I pochi viventi si trascinarono lenti e barcollanti verso una misera esistenza di automi perversi e dementi. Ovunque risuonavano i bassi lamenti gutturali dei morenti, o le tristi voci degli spiriti. Un mantra agghiacciante, un lungo, infinito gemito di morte.
Nessuno poté mai capire cosa fosse accaduto, nessuno seppe mai la verità.
Il Ronzio cessò dopo quasi sei mesi, giunto ad una tale potenza da spaccare in due le montagne.
Ma anche di questo, nessuno si accorse mai.

